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Outdoor education

Outdoor Education

Negli ultimi anni, lOutdoor Education è diventata oggetto di molteplici iniziative e proposte, che hanno accresciuto il ventaglio di attività in Outdoor, al contempo si sono sviluppate numerose indagini e ricerche che hanno dimostrato gli effetti positivi delle pratiche e metodologie didattiche in contesti formativi all’aperto sullo sviluppo psico-fisico, emozionale e cognitivo della persona. Attraverso un apprendimento sensoriale-esperienziale, si è evidenziato che l’Outdoor Education migliora il lavoro tra i pari, facilita lo sviluppo di leadership e di abilità di problem-solving, ha effetti positivi sulle capacità motorie, linguistiche e collaborative. Favorisce, inoltre, la riduzione dei comportamenti antisociali e devianti nei contesti scolastici (cfr. Wattcho e Brown, 2011).

Ma già dal 1948 Maria Montessori nella sua opera “La scoperta del bambino”, edita in Italia nel 1950, indicava come l’ambiente naturale, che circonda il bambino, (a quell’epoca i bambini vivevano in Outdoor) ricoprisse un ruolo, quello che comunemente viene affidato all’adulto ma in modo più silenzioso, stimolante e anche autocorrettivo, elemento che costituisce la base dell’autostima. Il rapporto con l’ambiente, la natura e l’osservazione della stessa permette al bambino di comprendere la vita stessa.
Questa “intuizione” è stata arricchita nel tempo da definizioni e da modelli e pratiche; negli ultimi tempi l’OE viene sostanziata con tecniche e pratiche di didattica naturalistica, percorsi di educazione ambientale, ma anche attività educative formali svolte nel cortile della scuola, all’aperto, in giardino, ricostruendo fuori dai muri il setting della classe scolastica, o con esperienze di vario genere, difficilmente catalogabili.

L’aspetto che ci interessa esaminare, e sul quale vorremmo ragionare, è che molte di queste attività, se non tutte, sviluppando il concetto dell’Educazione in Ambiente (Outdoor Education) con percorsi di educazione ambientale, didattica e formazione formale, informale e non formale, e ottengono ottimi risultati. Risultati migliori di quelli che otterrebbero sviluppando gli stessi percorsi con le stesse tecniche in contesti antropici al chiuso.

In taluni casi, vengono proposte e organizzate attività mal ideate o diverse da ciò che ci si aspetterebbe, non afferibili al mondo dell’educazione, della didattica o dell’insegnamento, ma anche queste attività, sviluppate in outdoor pur presentando limiti, alla fine “funzionano”.

 

Sembra quindi affermarsi un paradosso.

Sembra che l’aspetto sul quale sempre più spesso ci concentriamo, l’aspetto che ci affanniamo a definire, ad inventare, a strutturare, cioé le tecniche educative, le pratiche didattiche, l’azione pedagogica o educativa, non è l’unico fattore in gioco, e forse non è neanche quello più importante.

 L’aspetto che ci interessa esaminare, e sul quale vorremmo ragionare, è che molte di queste attività, se non tutte, sviluppando il concetto dell’Educazione in Ambiente (Outdoor Education) con percorsi di educazione ambientale, didattica e formazione formale, informale e non formale, e ottengono ottimi risultati. Risultati migliori di quelli che otterrebbero sviluppando gli stessi percorsi con le stesse tecniche in contesti antropici al chiuso. In taluni casi, vengono proposte e organizzate attività mal ideate o diverse da ciò che ci si aspetterebbe, non afferibili al mondo dell’educazione, della didattica o dell’insegnamento, ma anche queste attività, sviluppate in outdoor pur presentando limiti, alla fine “funzionano”. Sembra quindi affermarsi un paradosso. Sembra che l’aspetto sul quale sempre più spesso ci concentriamo, l’aspetto che ci affanniamo a definire, ad inventare, a strutturare, cioé le tecniche educative, le pratiche didattiche, l’azione pedagogica o educativa, non è l’unico fattore in gioco, e forse non è neanche quello più importante.

Si può affermare che nelle attività proposte in Outdoor si ottiene comunque un ottimo risultato, ma quale è quindi il segreto? cosa fa sì che le proposte in Outdoor funzionino? E quando funzionano meglio?

Esiste una corposa bibliografia che sostiene che stare all’aria aperta, insieme ai propri coetanei, accresce le capacità sociali dei bambini e delle bambine che messi in un contesto diverso da quello dell’aula scolastica o di un cotesto al chiuso non naturale, sono spinti a stare in relazione con sè stessi e con gli altri in modo differente. Inoltre, alcune attività aumentano la consapevolezza verso i temi del rispetto dell’ambiente, della percezione del sé nel mondo e della salute di corpo e mente. Molte sono le ricerche che dimostrano questo “effetto”, che viene letto, a seconda di chi lo studia, ora relativo a benefici educativo – formativi ora a benefici relazionali, ora a benefici psichici, ora esperenziali.

C’è anche da dire che questo effetto non si sviluppa solo in età scolare, ma anche in età adulta e adolescenziale, ed anche in contesti di relazione di disetaneità dei partecipanti.

 

L’aspetto comune a tutte queste proposte è che l’ambiente (outdoor) condiziona il comportamento del partecipante all’attività, indipendentemente da quale proposta facciamo e da quale criterio di educazione didattica e formazione o esperienza guidata suggerita o proposta mettiamo in pratica. In un contesto di Outdoor diviene formativo anche un gioco spontaneo autogestito dai ragazzi, diviene comunque un momento di crescita, di relazione, di scambio, di accettazione del proprio ruolo nelle relazioni, e molto altro ancora.

L’aspetto più interessante delle attività in Outdoor, a nostro avviso, ci sembra non essere come vengono considerati e letti i soggetti coinvolti nei percorsi proposti… qual è il loro ruolo e compito nel contesto educativo, come si devono comportare, cosa devono apprendere o capire, ma ci sembra essere come i soggetti nei fatti vivano l’attività proposta, oseremo dire, nonostante la conduzione dell’educatore, dell’insegnante, della guida.

Se è vero che le proposte didattiche – educative svolgono spesso una funzione il cui obiettivo è proprio l’attenzione alla natura e alla cultura del luogo, o alla conoscenza dei relativi caratteri specifici, è quindi vero che il soggetto, nel contesto della attività proposta, è chiamato ad un ruolo passivo, a contenitore di “saperi” che si accumulano e di conoscenze che si trasferiscono, si rischia cioè di riproporre percorsi – azioni tipiche delle attività di insegnamento. Al soggetto coinvolto invece accade anche altro, e anche grazie a questo altro  che le attività proposte ottengono comunque ottimi risultati, anche se non utilizzano a pieno il valore ed il ruolo del contesto Outdoor.

Al contrario i partecipanti si comportano da “soggetti cognitivi”, manifestano autonomia, spirito di osservazione, deduzione, azioni nel contesto relazionale, sviluppano momenti metacognitivi, sviluppano e praticano la dimensione della ricerca-azione, spesso andando oltre le consegne del conduttore o oltrepassando gli obiettivi educativo didattici di esperienza, o formazione, che in fase di progettazione della attività l’operatore ipotizzava, o vanno proprio da una altra parte, nel percorso che si sviluppa caratterizzato da aspetti di autonomia inaspettati, o addirittura non voluti dal progetto educativo.

Appare evidente, a chiunque abbia proposto una azione outdoor, che i partecipanti “scalpitano”; la loro partecipazione è, per così dire, straripante, va ben oltre le consegne, tanto che spesso, istintivamente, o scientemente, alcuni conduttori sentono il bisogno di “richiamare” all’ordine il gruppo. Ma il gruppo che partecipa all’attività in Outdoor naturalmente sviluppa autonomia, capacità ed azioni.

Sorge quindi spontaneo farsi delle domande.

Una prima questione che si pone è quella di come utilizzare l’esercizio di tali capacità cognitive, vale a dire: come fine o come strumento?

Spesso, anche negli interventi che guardano all’ambiente come risorsa educativa, si sviluppa un utilizzo dell’esercizio delle capacità cognitive dei soggetti come strumento di indagine del territorio. In questo modo si possono definire interessi particolari, portare alla comprensione di determinate esigenze di comportamento nell’ambiente, circostanziare dei bisogni, perfino, stimolare l’esigenza di osservare e documentarsi. 

In altre parole, la funzione cognitiva è vista in questi casi quale strumento di interazione tra il soggetto ed il territorio: lo si conosce, ci si adegua alle sua particolari caratteristiche, si è disponibili ad essere informati. 

 

È vero che, così, le proposte didattiche svolgono spesso una funzione il cui obiettivo è proprio l’attenzione alla natura e alla cultura del luogo, o alla conoscenza dei relativi caratteri specifici, ma con il soggetto chiamato a un ruolo passivo, appunto dicevamo a contenitore di “saperi” che si accumulano e di conoscenze che si trasferiscono da chi conduce a chi è condotto. 

Anche in questo caso il ruolo della natura nell’Outdoor è determinante: al chiuso o in un ambiente molto antropizzato non si otterrebbero gli stessi risultati.